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Lunedì, 22 Marzo 2021

Fipe ristoratori e baristi Confcommercio Cesena: "Perdite alla mano, sostegni insufficienti"

"I conti non tornano. Con il decreto Sostegni il ristorante tipo che nel 2019 fatturava 550mila euro e che nel 2020, a causa degli oltre 160 giorni di chiusura imposti dalle misure di contenimento della pandemia daC ovid, ha perso il 30% del proprio fatturato, 165mila euro, beneficerà di un contributo una tantum di 5.500 euro. Poco cambia per un bar tipo. Chi nel 2019 fatturava 150mila euro e ne ha persi 25mila a causa delle restrizioni, avrà diritto a un bonus di 1.875 euro, il 4,7% della perdita media mensile”. 
Fipe ristoratori e baristi Confcommercio Cesena: "Perdite alla mano, sostegni insufficienti"
Sono queste le simulazioni prodotte dall’Ufficio Studi di Fipe-Confcommercio all’indomani dell’approvazione del Dl Sostegni.
 
“La situazione delle nostre attività nel Cesenate è drammatica: economicamente, ma anche psicologicamente, costrette a continui 'stop and go' e ora ferme ai soli asporto e consegna a domicilio. Il decreto Sostegni era certamente necessario - dicono i presidenti Fipe cesenate Vincenzo Lucchi (ristoranti) e Angelo Malossi (bar) - ma è evidente che non possa essere considerato sufficiente. Da settimane si parlava di aiuti selettivi, adeguati e tempestivi e le misure proposte purtroppo non lo sono. La coperta del sostegno a famiglie e imprese è evidentemente troppo corta per la platea che si propone di aiutare: settori come la ristorazione sono stati messi letteralmente in ginocchio dalla gestione dell’emergenza e i limiti imposti sulla perdita di fatturato o sui massimali erogabili hanno effetti perversi sul sostegno alla parte più sana della nostra economia”. 
 
“Bastano due esempi: ci si lamenta del nanismo delle imprese italiane - rimarcano Lucchi e Malossi - e poi si mette un limite di 10 milioni di fatturato per accedere ai sostegni; e ancora: si dichiara che i contributi sono calcolati sulla perdita di fatturato annuo, ma in realtà si indennizza una sola mensilità media. C’è la spiacevole sensazione di voler aggirare il problema. Il punto è che bisogna uscire immediatamente dall’ottica di breve periodo e mettere in piedi un piano di ripartenza che garantisca il diritto al lavoro e non sottoscriva semplicemente il dovere distare chiusi. Serve un progetto che dia una prospettiva di futuro reale ai pubblici esercizi non solo un sostegno temporaneo, che appare oggi una fragile stampella”.
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